Contenzione meccanica: quanto è giusto legare un essere umano?

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Ricordo che nel 1925 un manifesto di artisti francesi che si firmavano La révolution surrealiste e indirizzato ai direttori dei manicomi, così concludeva: «Domattina all’ora della visita, quando senza nessun lessico tenterete di comunicare con questi uomini, possiate voi ricordare e riconoscere che nei loro confronti avete una sola superiorità: la forza».

Franco Basaglia

Che cos’è la contenzione meccanica?

La contenzione meccanica è una procedura che utilizza mezzi fisici (lacci, catene, fascette, polsini, camicie di forza…) e chimici (terapia del sonno, farmaci) per limitare in modo parziale o totale i movimenti dell’individuo.

Esiste un ulteriore tipo di contenzione di tipo psicologico-relazionale in cui ascolto e osservazione empatica riducono l’aggressività del soggetto che in tal modo si sente rassicurato (pratica fortemente minata da quella meccanica e alla quale si contrappone completamente).

Come il Comitato Nazionale di Bioetica dichiara in un documento del 2015, “La pratica della contenzione è usata nei confronti dei pazienti psichiatrici nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) degli ospedali così come nelle cliniche private; ma anche su minori ricoverati in strutture per problemi di disabilità mentale o fisica e su anziani degenti in ospedali o in strutture residenziali assistite.”

La contezione meccanica va ritenuta un evento straordinario, da motivare. Deve essere l’ultima soluzione adottata quando mezzi alternativi meno restrittivi si sono dimostrati inefficaci o insufficienti allo scopo e solo nell’esclusivo interesse dell’incolumità del soggetto e delle persone che gli sono vicine.

Secondo un’indagine multicentrica di prevalenza condotta dalla FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche), nel 2012 durante il periodo di rilevazione risultavano sottoposti a contenzione fisica il 15,8% dei degenti nelle diverse unità operative ospedaliere e il 68,7% dei residenti nelle Residenze Sanitarie Assistenziali per anziani.

Prevenire le cadute dei pazienti, contenerne l’agitazione e l’aggressività, permettere la somministrazione della terapia, l’esigenza di garantire taluni supporti vitali quali flebo, per esempio, sono alcuni dei principali motivi a supporto della scelta di adottare tale pratica (secondo lo studio precedentemente citato, la prevenzione delle cadute, da sola o associata ad altre motivazioni, era indicata come causa della contenzione nel 70% dei casi in ospedale e nel 74,8% dei casi nelle RSA).

Ma quanto è giusto legare un essere umano? Quanta contraddizione c’è nell’uso di pratiche violente in luoghi che esistono per lo scopo di dare cura alle persone? Cosa discrimina il limite sottile tra necessario e non? Tra pericoloso e non?

Non si può parlare della contenzione senza porsi questo tipo di questioni etiche, deontologiche, medico-legali.

Se da una parte è corretto ammettere l’efficacia della contenzione in taluni casi, altrettanto corretto è sottolineare come esista l’abitudine nelle Strutture Sanitarie del nostro Paese all’adozione della pratica anche in casi in cui non ve ne è necessità, o in cui viene adottata per periodi più lunghi di quelli consentiti.

Oltre i benefici infatti (più che benefici si potrebbe parlare di efficacia) dalla contenzione meccanica derivano conseguenze sia dirette che indirette dannose per l’individuo che la subisce, le prime derivanti dalla pressione esercitata dai mezzi di contenzione, le seconde causate dall’immobilità forzata quali piaghe da decubito, riduzione del tono muscolare, infezioni, incontinenza, e -non meno importanti- stress, depressione, umiliazione e frustrazione. Anche la morte, in taluni casi può essere ritenuta una delle possibili conseguenze.

Dunque, se imposta non solo deve essere personalizzata tenendo conto del tipo di paziente, delle sue esigenze, e della sua personale condizione ma anche comunicata e spiegata in modo adeguato ai familiari. Infine, non può essere attuata per periodi superiori alle 12 ore consecutive e deve essere eseguita garantendo la possibilità di movimento al soggetto per almeno 10minuti ogni due ore.

Sul tema, tuttavia, continua ad esserci grande dibattito e non sono poche le posizioni di chi la ritiene una pratica desueta, inaccettabile e in assoluta contraddizione con i più elementari diritti Umani quali -in primis- il Diritto di Movimento.

La storia di Franco Mastrogiovanni, maestro elementare di 58 anni, morto nel 2009 dopo 82 ore di contenzione, legato alle mani e ai piedi, è solo una delle tante cartoline che raccontano di una storia che continua a ripetersi.

Queste storie svelano, come in un vaso di Pandora che viene aperto ad ogni nuova prima pagina, quanto il nostro Paese sia ancora profondamente contaminato da un residuo di cultura manicomiale che legittima la forza, la coercizione e l’abuso nei confronti di alcuni uomini e donne.

Allo stesso tempo tante sono le storie di operatori sanitari che nella loro esperienza si sono ritrovati a farne uso al fine non solo di garantire la propria sicurezza ma spesso, anche quella del paziente stesso.

Voi cosa ne pensate? Avete avuto esperienze simili? Essendo un tema su cui c’è ancora molto da dire, nonostante tutto quello che si è detto, sarebbe bello confrontarci insieme.

 

Foto in copertina di Antonella Moschillo

Antonella Moschillo
Nata ad Ariano Irpino (AV) il 12 Marzo 1996, frequento la facoltà di Medicina e Chirurgia presso "La Sapienza" a Roma dopo essermi diplomata presso il Liceo Classico "P.P.Parzanese" di Ariano Irpino.