L’antimicrobico-resistenza si combatte su Twitter

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Dicevano che i social network avrebbero democratizzato il mondo. Forse non è vero, ma qualcuno ha pensato bene di sfruttare l’ingombrante potenziale delle piazze digitali per uno scopo altrettanto serio che la democrazia. Come, per esempio, l’antimicrobico resistenza, il motivo per cui antibiotici, antifungini, antivirali, antielmintici e antimalarici smetteranno, e smettono, di funzionare.

Cosa dice l’OMS

I microorganismi sviluppano resistenza ai farmaci in maniera naturale, nel corso del tempo, e generalmente sulla base di modificazioni genetiche. E’ un fatto che non deve diventare un alibi. L’uso sregolato, non funzionale o addirittura sbagliato dei farmaci antimicrobici può accelerare in maniera vertiginosa il processo di resistenza.

“Rimpiazziamo i farmaci che non funzionano con farmaci nuovi!” non è un’obiezione percorribile. Da qualche anno a questa parte la ricerca farmacologica è arenata in una secca, incapace di smuovere il mercato con farmaci veramente innovativi.

Inoltre, la cura del paziente infettato da microbi resistenti alle terapie è più costosa, richiede combinazioni di farmaci e test e ricoveri più laboriosi, vanificando anche l’efficacia di molte procedure di chirurgia e chemioterapia anti-tumorale.

Perché i social?

Ecco perché l’Organizzazione Mondiale della Salute vuole sfruttare anche i social network. La sensibilizzazione capillare è una chiave di volta della lotta alla resistenza agli antimicrobici, l’hanno capito i guru della politica statunitense, l’ha capito pure la World Antibiotic Awareness Week campaign, un progetto che nel 2018 ha disseminato Twitter di informazioni sul Global Action Plan.

Il “WHO Global Action Plan on Antimicrobial Resistance” è un tavolo di lavoro che vuole portare i paesi a lavorare insieme per battere la resistenza antimicrobica tramite la consapevolezza e l’informazione. E, appunto, appoggiandosi anche ai social.

Un’analisi globale del Pew Research Center sull’uso dei social nel corso del 2018 ha scoperto che il 53% delle persone coinvolte ha affermato di usare i social, mentre il 46% dei partecipanti ha affermato di visitare Twitter almeno una volta al giorno. Ecco perché Twitter, ecco perchè investire nella divulgazione digitale.

Esempi eminenti

La fa per esempio la British Society for Antimicrobial Chemotherapy per mezzo di @TheUrgentNeed, connettendo persone e promuovendo messaggi di salute pubblica con i suoi oltre 9000 follower in 131 paesi. Anche US Centers for Disease Dynamics and Economic Policies (@CDDEP) e US Center for Infectious Disease Research and Policy (@CIDRAP_ASP) usano Twitter, il secondo in particolare usa l’hashtag  #ASPJournalClub per coinvolgere conversazioni fra i principali esperti in materia.

L’account Twitter della US Society of Infectious Diseases Pharmacists (@SIDPharm) è stato indicata come il top influencer 2018 grazie ai suoi live-tweet di informazione, breaking news sanitarie, ed alla sua capacità di condurre i dati ben oltre la luce dei neon delle stanze di ricerca ospedaliere

The South African Antibiotic Stewardship Programme (@Southafricanasp) è invece un progetto che si concentra sui paesi a medio/basso reddito, con un esperto di malattie infettive che twitta di topic utili: ovviamente non può mancare l’antimicrobico resistenza.

Epidemiologia 2.0 – Quasi fantascienza

Un utilizzo entusiasmante di Twitter è stato studiato da Young e colleghi, che hanno vagliato la possibilità di prevedere i casi di sifilide del 2013 sulla base dei dati analitici di Twitter del 2012. E sì, con un approccio che accarezza da una parte la neurolinguistica e dall’altra l’epidemiologia 2.0, è possibile.

I ricercatori hanno incrociato i dati derivati dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) americani e 8500 tweets geolocalizzati, filtrati accuratamente per la presenza di parole chiave associate a comportamenti sessuali a rischio. Hanno così scoperto un’associazione positiva e significativa fra i tweets e i casi di sifilide. Epidemiologia 2.0, a costo 0.

Oltre all’epidemiologia, alla divulgazione, Twitter torna utile anche per rispondere ai dubbi dei pazienti (come dei decisori politici). Nel 2018, per esempio, European Antibiotic Awareness Day ha twittato live con l’hashtag #EAAD e #KeepAntibioticsWorkings per rispondere alle domande di utenti di ogni tipo e livello culturale.

Il paziente conta

Idee per i medici ve ne sono in abbondanza. Ma anche per i pazienti: tagliare fuori i pazienti, colpiti sulla propria pelle dalle difficoltà del trattamento di microbi resistenti è un errore madornale.

Ecco perché iniziative come quella della Peggy Lillis Foundation (@PeggyFund), organizzazione che vuole educare l’opinione pubblica alle infezioni da C. difficile; o di @_FaceSA, che twitta e raccoglie pazienti sopravvissuti alle più varie infezioni, sono da accogliere con rispetto e intelligenza. Perché contribuiscono a delineare un futuro consapevole.

Insomma, Twitter è un’autostrada per l’informazione: rapida, concisa, influente, capillare. Mettersi in moto è un attimo, parte tutto da 280 caratteri. Troppo pochi per una tesi, abbastanza per fare la differenza.

FONTE| articolo; OMS

Davide Dionisi
Nato il 5/09/1994, frequento la facoltà di Medicina e Chirurgia all'università Statale di Milano. Sono appassionato tanto di medicina quanto di attualità e tematiche sociali.