Tumore al seno triplo-negativo: è stato approvato l’Atezolizumab

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Carcinoma midollare della mammella triplo-negativo- Fonte: Wikimedia Commons

Non è possibile parlare di tumore mammario al singolare ma bisogna necessariamente farlo al plurale. Esistono infatti diversi tipi di tumori mammari che differiscono per l’aspetto microscopico e il comportamento clinico.

Da un punto di vista molecolare, i carcinomi della mammella vengono classificati principalmente in base alla presenza o meno di pochi elementi come i recettori degli estrogeni (ER), i recettori per il progesterone (PR) e di HER2, il recettore del fattore di crescita epidermico-2. Semplificando:

  • La presenza dei recettori per gli estrogeni/progesterone (ER/PR+) indica che quel particolare tipo di neoplasia sfrutta, per la sua crescita, gli estrogeni e progesterone. I tumori positivi per questi recettori rappresentano le forme di più frequente riscontro.
    Come tale, è possibile individuare una terapia personalizzata per la paziente con questo tipo di neoplasia impedendo che gli ormoni vengano formati/convertiti (es. Inibitori dell’aromatasi) oppure bloccando il sito recettoriale (es. Fulvestrant).
    Inoltre, sulla base dei profili di espressione genica, a loro volta si distinguono in Luminal A (favorevole) e Luminal B (più aggressivo).
  • HER2 fa parte del gruppo dei recettori tirosin-kinasici, viene iper-espresso (per amplificazione del gene) in alcuni tipi di tumori: ovvero, sulla faccia esterna della cellula si ritrovano molti più recettori rispetto al normale che quindi, a parità di ligando, daranno luogo ad una maggiore attivazione e proliferazione cellulare.
    Tumori mammari HER2+ sono biologicamente più aggressivi rispetto ai precedenti sebbene, grazie all’introduzione del Transtuzumab, hanno una prognosi soddisfacente se non, talvolta, migliore.

Ovviamente nel mezzo ci possono essere forme miste: ER+HER2+PR+, ER+HER2+PR-, ecc.

Ci sono, in fine, alcuni tumori ER- PR- HER2-: rappresentano i fantomatici tumori tripli negativi.

Il tumore triplo-negativo

È proprio su quest’ultimo gruppo che voglio focalizzare la vostra attenzione.
Rappresentano circa il 10/20% di tutti i tumori al seno e, da sempre, sono considerati la “bestia nera” fra tutti i sottotipi poiché:

  • Le armi terapeutiche a disposizione sono, purtroppo, effettivamente poche: si ha a disposizione la sola poli-chemioterapia che, frequentemente, non risulta nemmeno efficace poiché sviluppano precocemente resistenza.
  • Sono tumori tendenzialmente più indifferenziati e come tali più aggressivi, tendenti alla metastatizzazione.

Da un punto di vista clinico-patologico, l’evenienza di un cosiddetto triplo-negativo, è quindi uno scenario che indubbiamente spaventa.

Da poco si può dire però di avere uno strumento in più per cercare di fronteggiare questa neoplasia: l’atezolizumab.

Lo studio con Atezolizumab

È dell’8 marzo la notizia che la FDA -l’equivalente americano della nostrana AIFA- ha approvato, per le donne con tumore al seno triplo-negativo PD-L1 positivo in fase localmente avanzata o metastatica, il doppio trattamento Atezolizumab/Nab-Paclitaxel.

Tanti nomi e sigle complesse, ma andiamo per ordine.

La conditio sine qua non per cui queste donne possano essere trattate con questo doppietto farmacologico è che il loro tumore esprima PD-L1: questo è il ligando del recettore PD1 presente sulle cellule NK del sistema immune.
Quando espresso, PD-L1 si lega al proprio recettore e inibisce l’azione citolitica delle cellule NK eludendo il sistema immunitario, rendendo per certi versi invulnerabili le cellule neoplastiche.

Atezolizumab è un inibitore di PD-L1: nel momento in cui è somministrato, lega e maschera PD-L1 espresso sulle cellule tumorali facendo si che queste possano essere riconosciute come aberranti e distrutte dal sistema immunitario della donna.

Non solo, quest’azione è esacerbata dalla somministrazione del Nab-Paclitaxel: un “vecchio” farmaco da tempo utilizzato per il trattamento di vari carcinomi.

L’approvazione di questa combinazione deriva dai risultati dello studio IMpassion130, un un trial randomizzato di fase III in doppio cieco, in cui l’aggiunta dell’inibitore di PD-L1 atezolizumab a nab-paclitaxel ha ridotto il rischio di progressione o morte del 40% rispetto al solo nab-paclitaxel (mediana di 7,4 mesi, rispetto ai 4,8 mesi) nel cluster di pazienti precedentemente definito.

Per quanto attiene i dati sulla sicurezza farmacologica, non ci sono significative differenze in termini di effetti collaterali tra i due bracci di studio: gli effetti collaterali riportati più frequentemente sono stati la neutropenia, la neuropatia periferica, l’astenia e l’anemia.

Fra qualche tempo, inoltre, verranno anche pubblicati i dati relativi alla sopravvivenza totale dei pazienti (overall survival) che, come tali, richiedono più tempo per essere raccolti e confermati.

Come si vede, i risultati sono assolutamente incoraggianti e devono instillare speranza in questo sottogruppo di donne.
Nel prossimo futuro, la ricerca continuerà nel cercare di individuare molecole innovative per rendere questo tipo di tumore, in fase avanzata, sempre più cronicizzabile: ci sono già dei dati circa l’uso degli inibitori di PARP, nonché riguardo l’utilizzo di un nuovo anticorpo monoclonale, il sacituzumab.
Ancora una volta, le nuove strade terapeutiche si snodano verso l’immunoterapia.

Fonti| Nota FDA; Articolo su OncLive.com; WebMD- i tripli negativi

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