Appendicectomia e morbo di Parkinson: c’è una correlazione?

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Appendicectomia open

Da uno dei più grandi studi sul tema, che verrà presentato nei prossimi giorni alla “Digestive Disease Week” (DDW) arriva una scoperta destinata ad aprire un nuovo filone di ricerca su un tratto del nostro apparato digerente accostato in passato a semplice retaggio dell’evoluzione.

Stiamo parlando dell’appendice ciecale, struttura dell’intestino crasso e causa di ricoveri per la rimozione, vista la sua propensione alla flogosi.

Secondo quanto affermato dai ricercatori, la rimozione dell’appendice ciecale esporrebbe al rischio di sviluppare il morbo di Parkinson.

L’affermazione è ardita, per tal motivo gli stessi ricercatori invitano a prenderla con le dovute precauzioni e ad aspettare che nuovi studi confermino o smentiscano queste ipotesi.

Il ruolo dell’appendice

Negli ultimi anni il ruolo dell’appendice è stato decisamente rivisitato: Charles Darwin, nel suo “L’origine della specie”, confrontando i modelli anatomici e fisiologici del tratto intestinale animale con quello umano affermava che essa fosse (nell’uomo) nient’altro che vestigio filogenetico che gli antenati dell’homo sapiens hanno via via perso. Ipotesi poi confermata dallo studio delle abitudini alimentari dei nostri antenati, visto il passaggio da una dieta prettamente vegetale (nella quale l’appendice svolgeva un ruolo importante) ad una onnivora.

Recentemente, invece, grazie alle moderne tecniche scientifiche e alla rivisitazione del ruolo del microbiota intestinale, è stata sottolineata la sua funzione di reservoir per la flora batterica considerata “buona”, inoltre, grazie alla presenza di tessuto linfoide cecale, si pensa che se da un lato abbia perso funzioni trofiche dall’altro abbia sviluppato funzioni immunitarie, grazie all’interscambio tra sistema immunitario e contenuto intestinale.

In che modo, però, possono essere connesse l’appendicectomia e il morbo di Parkinson (patologia di interesse neurologico)?

Per rispondere a questa domanda è necessario fare una piccola digressione sul Parkinson: ai più nota per i caratteristici tremori, è clinicamente caratterizzata anche da rigidità e bradicinesia. L’etiologia è da ricercare in una degenerazione dei neuroni della substantia nigra (struttura del mesencefalo) secernenti dopamina.

La dopamina fisiologicamente agisce da facilitatore nella trasmissione nei circuiti motori cerebrali, in quanto rimuove l’inibizione da parte dei nuclei della base (inibizione necessaria affinché non vengano compiute azioni inopportune): in seguito alla degenerazione, venendo meno questa molecola è chiaro che vi è una continua inibizione su questi circuiti, instaurando così il quadro di ipocinesia tipico del Parkinson.

Caratteristico reperto anatomopatologico sono i “Corpi di Lewy” all’interno delle cellule neuronali della substantia nigra: si tratta di depositi di α-sinucleina.

Ed è proprio l’α-sinucleina l’anello di congiunzione tra la rimozione dell’appendice e il Parkinson. Come ha affermato lo stesso Mohammed Z. Sheriff, a capo del team di ricercatori, recenti studi hanno dimostrato come nelle fasi iniziali del Parkinson depositi di α-sinucleina possano essere trovati nel tratto gastrointestinale prima ancora che nell’encefalo, lasciando ipotizzare un’origine legata a dinamiche gastrointestinali in cui l’appendice vermiforme e la sua funzione immunitaria e di riserva per il microbiota “buono” svolgano un ruolo importante.

Nonostante siano gli stessi ricercatori ad affermare che si tratti di una semplice associazione, i numeri parlano chiaro e tutto ciò suggerisce che altri studi sono necessari a capire se esista effettivamente una correlazione diretta tra i due eventi o si tratti semplicemente di pure casualità statistica.

Lo studio

L’obiettivo primario, sin dall’inizio era ben chiaro: capire se l’appendicectomia (rimozione dell’appendice) potesse aumentare il rischio di sviluppare il morbo di Parkinson.

Extraordinary claims require extraordinary evidence” affermava Carl Sagan, e il team di ricercatori non si è fatto trovare di certo impreparato.

Analizzando i dai sanitari di 62.218.050 pazienti (sì, 60 milioni) contenuti in uno dei più grandi database americani, i ricercatori hanno selezionato le cartelle cliniche di 488.190 pazienti che nel corso della loro vita hanno subito un intervento di appendicectomia (dei quali 4470 hanno in seguito avuto diagnosi morbo di Parkinson) e le hanno confrontate con quelle dei pazienti che erano affetti dal morbo di Parkinson, ma non avevano subito interventi di appendicectomia (circa 177.230).

I risultati parlano chiaro: calcolando il rischio relativo di sviluppare il morbo di Parkinson a seguito di appendicectomia, coloro che avevano subito l’intervento avevano un rischio tre volte maggiore di sviluppare questa patologia neurologica rispetto coloro che non ne avevano subito la rimozione. (RR 3.19, 95% IC 3.10-3.28; p<0,0001).

Nelle conclusioni dell’abstract pubblicato, sono gli stessi ricercatori ad invitare alla cautela: sebbene i dati siano significativi, oltre ad essi non v’è al momento alcun meccanismo dimostrato alla base di questo fenomeno, inoltre non è stato possibile determinare dal database quanto tempo intercorra tra la rimozione dell’appendice e l’insorgenza del morbo di Parkinson.

Non resta quindi che attendere i risultati più dettagliati che verranno presentati alla Digestive Disease Week (San Diego, California, 18-21 maggio) e l’arrivo di nuovi studi, stando pur certi che questa storia è tutt’altro dal definirsi conclusa.

 

Fonti| Parkinson’s desease is more prevalent in patients with appendectomies: a national population-based study; Immagine di copertina

Jacopo Castellese
Appassionato di scienza e tecnologia. Quando non sono impegnato in attività di reparto o di studio cerco sempre di tenermi aggiornato in modo da scardinare le false credenze che le pseudoscienze di oggi (o il dr. Google di turno) cercano di affermare.