Overdose da oppiacei: uno spray nasale come salvavita

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La FDA ha di recente approvato Narcan, formulato in spray nasale indicato nella terapia in acuto da sovradosaggio di oppiacei. Primo nella categoria, la scelta di una somministrazione rapida e semplice è un passo prioritario di funzionalità e accessibilità al trattamento di emergenza.

Una forma farmaceutica dai vantaggi immediati

Secondo il CDC, Centers for disease control and prevention, le morti da overdose da farmaci negli Stati Uniti, dal 1999 al 2017 sarebbero state 700mila. Di queste, 400mila causate da agonisti oppioidi. Nello specifico, i decessi del 2017 sono stati di sei volte superiori a quelli verificatisi nel 1999, con una media di 130 morti ogni giorno. L’evidente necessità di un cambio di rotta ha quindi sensibilizzato da tempo le preposte autorità ad intervenire: attraverso la stesura di dettagliati piani terapeutici per i prescrittori, maggiore attenzione ad una conoscenza globale della clinica degli oppioidi, oltre ad una serrata farmacovigilanza, ci si è posti l’obiettivo di arginare gli errori tentando un cambiamento radicale dei sistemi. Cambiamenti così ambiziosi sono tuttavia caratterizzati da processi altrettanto lenti, che non consentono una necessaria immediatezza di risultato.

A tale scopo, l’approvazione di Naloxone cloridrato in forma di spray nasale si concretizza quale prima, valida risposta. Da sempre utilizzato per via endovenosa ed intramuscolo, il Naloxone contrasta competitivamente l’azione dei farmaci oppiodi, andandone ad antagonizzare gli effetti. Nel dettaglio la molecola è un derivato della morfina e analogalmente, si lega ai recettori oppiodi di tipo μ, δ e κ, e, a differenza degli agonisti recettoriali, ne contrasta appunto gli effetti. In presenza di agonisti oppiodi, il naloxone per via parenterale ha un’insorgenza d’azione rapidissima, di 1-3 minuti, e una altrettanto breve emivita. Tali caratteristiche farmacocinetiche lo rendono il candidato ideale per la somministrazione attraverso la mucosa nasale, la quale associa all’instaurarsi di rapidi livelli ematici (grazie all’evitato effetto di primo passaggio epatico) un’evidente facilità di utilizzo.

Il pericolo di overdose da oppioidi

L’interesse terapeutico per la validità della morfina nel campo dell’analgesia ed anestesia, ha condotto negli anni ad un esponenziale sviluppo di numerose molecole derivate, garantendo una sempre maggiore opportunità di modulazione degli effetti di questa classe di farmaci. In effetti la somministrazione di agonisti oppiodi comporta la stimolazione di un’ampia varietà di strutture, comprendenti principalmente i sopraccitati recettori e coinvolgenti una ben più vasta serie di vie di segnalazione, a loro volta variabili in base alla selettività di ciascuna molecola. Nel complesso si assiste ad una captazione multiorgano di queste molecole, la cui localizzazione predilige i tessuti parenchimatosi (in quanto maggiormente perfusi) quali polmoni, cervello, fegato e reni. I diversificati effetti sul sistema nervoso delle molecole sono invece legati alla diversa polarità degli stessi (che ne influenza la capacità di attraversamento della barriera ematoencefalica).

In generale la stimolazione di tali strutture comporta una serie di risposte analgesia, euforia, sedazione, stipsi, nausea e vomito, miosi, effetti antidiuretici, antitussivi e depressione respiratoria. Quest’ultima è la principale causa di morte per sovradossaggio di farmaci oppiodi. Tale aumento della dose è causato da una progressiva riduzione della loro efficacia a seguito di somministrazioni ripetute e dunque, l’indotto sviluppo di tollerenza e dipendenza fisica, i cui meccanismi di insorgenza restanto ancora poco conosciuti. Il conseguenziale aumento del dosaggio nel trattamento del dolore cronico, rischia quindi di generare una fatale inibizione del centro del respiro.

L’uso ricreativo degli oppiacei

Ad un uso clinico di questa classe di farmaci, si affranca la piaga sociale dell’abuso degli stessi a fini ricreativi. In effetti, le ormai popolari capacità euforizzanti dei derivati dell’oppio hanno destato sin dai primi anni del’900 uno smodato interesse dell’utilizzo clandestino. Tra le varie sostanze stupefacenti normalmente impiegate in terapia, una è tristemente nota per la sua spiccata pericolosità di insorgenza di dipendenza e per il suo esclusivo uso ricreativo: l’eroina. Derivata della morifina, la diacetilmorfina venne sviluppata a fine ‘800 negli stessi laboratori che diedero i natali all’aspirina. Proprio in concomitanza dello sviluppo del notissimo fans, il chimico Hoffmann – da cui l’omonima reazione chimica – adottò sulla morfina lo stesso principio di acetilazione impiegato sull’acido salicilico (da cui deriva l’acido acetilsalicico, alias aspirina). L’obiettivo? Un efficace sedativo della tosse che venne commercializzato con enorme successo sotto il nome di Eroina. Al presumibile successo seguì una naturale, rapida comprensione della pericolosità del prodotto, che a seguito del ritiro dal mercato sanitario divenne prontamente noto tra i banchi di spaccio.

La storia ci riporta l’enorme emergenza sanitaria che si scatenò in seguito, nei primi anni ’70, con un aumento sconcertante di tossicodipendenti, malati di AIDS ed affetti da epatite (principalmente dovuti all’uso promiscuo degli aghi di iniezione). Un fenomeno che dunque spiegherebbe ulteriormente la numerosità dei decessi per overdose e che sottolinea inoltre la reale utilità della approvazione di Narcan per un più rapido e semplificato accesso alla terapia d’emergenza.

Fonti| Articolo

Daniela Rossetti
Redazione Farmacista, laureata presso l'Università degli studi "Gabriele d'Annunzio" di Chieti. "Nella sua accezione più ampia, considero la Medicina come la più umanistica delle scienze; in futuro mi auguro pertanto di offrire un piccolo e dedito contributo alla comprensione ed al miglioramento della condizione umana".