20 Giugno: giornata mondiale del rifugiato

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Il 20 giugno si celebra la Giornata mondiale del rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite. È stata istituita nel 2001 per commemorare l’approvazione nel 1951 della Convenzione sui profughi da parte dell’Assemblea generale dell’Onu.

Parliamo di un fenomeno mondiale che coinvolge circa 68.5 milioni di persone costrette a fuggire dal proprio paese. Di queste, circa 25.4 milioni sono rifugiati, più della metà hanno meno di 18 anni. In totale l’Europa ospita 5.2 milioni di rifugiati, pari al 10% della propria popolazione.

In un contesto geopolitico delicato e dagli equilibri instabili, non è mancato certamente il sostegno alle fasce più vulnerabili che scappano dai propri territori nativi, tuttavia attorno a tale questione si sono venuti a creare diversi pareri, spesso credenze non sempre fondate su attestazioni puntuali.

Falsi miti

E’ un falso mito l’idea che i migranti siano portatori di patologie nei paesi ospitanti. E’ quanto evidenzia il primo rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sulla salute dei migranti e dei rifugiati in Europa presentato a Ginevra.

Il documento, realizzato in collaborazione con l’Istituto Nazionale salute, Migrazioni e Povertà (INMP) italiano, si basa sui dati di oltre 13.000 documenti raccolti nei 54 paesi che fanno parte della regione Europa dell’OMS.

Dal documento si evince che il rischio di malattie non trasmissibili, come tumori o problemi cardiaci, è più basso che nella popolazione generale, ma si accresce con la permanenza nei paesi ospitanti, a causa del mancato accesso ai servizi sanitari e delle condizioni igieniche spesso insufficienti.

Malattie infettive

I rifugiati possono essere più vulnerabili alle malattie infettive in luoghi di origine, transito e destinazione a causa dell’esposizione alle infezioni, alla mancanza di accesso all’assistenza sanitaria, cure interrotte e condizioni di vita povere.

Per una serie di motivi, i migranti possono arrivare in Europa con programmi di immunizzazione incompleti o interrotti, restando così esposti alle malattie prevenibili con le vaccinazioni. I bambini costituiscono il 25% dei migranti, e sono il gruppo a maggior rischio per tali patologie poiché potrebbero non aver ricevuto tutte le vaccinazioni raccomandate.

Ma secondo la direttrice dell’ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità Zsuzsanna Jakab, la percentuale di migranti

“che arrivano in stato di salute compromesso va tra il 2 e il 5%, e si tratta di patologie dell’apparato cardiocircolatorio, mentale o legate allo stato di gravidanza, ma per lo più sono ferite dovute a incidenti”.

Tuttavia, ci sono alcune patologie contagiose di cui si parla con toni allarmistici come se fossero strettamente legate all’immigrazione:

  • HIV: Secondo l’OMS, la prevalenza di tale infezione è generalmente bassa tra chi provenie dal Medio Oriente e Nord Africa. Va considerato, che molti migranti contraggono il virus una volta giunti in Europa. Lo studio “HIV acquisition after arrival in France among sub-Saharan African migrants living with HIV in Paris area”  ha mostrato come tra il 35 e il 49% dei migranti provenienti dall’Africa che vivono con HIV in Francia ha probabilmente acquisito il virus dopo l’arrivo.
  • Tubercolosi: Il 2014 è stato l’anno dell’allarme Tbc sui barconi dei migranti. I dati mostrano come dal 1990 al 2014 il tasso annuale di casi registrati di Tbc sia calato da 25,3  a 6 per centomila abitanti con un decremento pari a circa il 64% del numero di casi.
  • Scabbia: Nelle estati scorse l’allarme scabbia ha raggiunto il suo picco. Anche in questo caso si tratta di un timore sopravvalutato, in quanto nelle ultime analisi i casi rilevati dai medici di confine negli sbarchi degli immigrati sono stati circa il 10%.

Il report dell’ECDC, sostiene che non ci sia differenza significativa d’incidenza fra popolazione immigrata e residente.

La realtà

Al contrario, molti migranti, al loro arrivo presentano quella che viene chiamata la “malattia dei gommoni”: lesioni e ustioni provocate dal trasporto delle persone insieme alle taniche di carburante.

Le donne vivono problemi riguardanti il parto, la salute neonatale, patologie riconducibili alla sfera sessuale o riproduttiva, oltre a essere spesso anche vittime di violenze.

Gli individui più vulnerabili, come i bambini, sono inclini a infezioni respiratorie e malattie gastrointestinali a causa delle precarie condizioni di vita.

Disturbi mentali

Da non trascurare è il disagio psichico dovuto alla provenienza da zone di guerra o dove si pratica la tortura.

I problemi di salute mentale possono insorgere durante il processo migratorio per poi manifestarsi nel paese ospitante. Il disturbo da stress post-traumatico, il disturbo dell’umore e la depressione, sono più frequentemente riscontrati nei migranti internazionali, principalmente nei rifugiati e nei richiedenti asilo appena arrivati.

La prevalenza di depressione nella popolazione migrante varia dal 5% al 44%, a confronto con una prevalenza dell’8-12% nella popolazione generale. Cattive condizioni socioeconomiche, come la disoccupazione o l’isolamento, sono associati a tassi più elevati di depressione dopo il loro reinsediamento.

La migrazione è stata considerata come un fattore di rischio per la salute mentale dei bambini, specie per i minori non accompagnati, che presentano numerosi sintomi di stress post-traumatico rispetto ad altri.

Conclusione

In conclusione l’Oms afferma che i problemi di salute dei rifugiati siano simili a quelli del resto della popolazione, mentre il rischio di importazione di agenti infettivi esotici e rari è basso. D’altro canto sono palesi il profondo disagio e le numerose difficoltà che vivono questi individui.

Pertanto in questo quadro farebbe la differenza uno sguardo nuovo, volto a recuperare una dimensione di umanità, affinché alla condizione precaria del migrante non si aggiunga un giudizio gratuitamente negativo promotore di sterile esclusione.

Vi lasciamo con l’intervista al Dr. Bartolo il medico responsabile delle prime visite dei migranti che sbarcano a Lampedusa, realizzata da Domenico Posa.

FONTI | rapporto, UNHCR, studio HIV, report ECDC, Immagine.

Chiara Maria Palmisano
Sono laureata in Medicina e Chirurgia, ho conseguito la laurea presso l'università di Bari.