La mutazione di CCR5 HIV-protettiva potrebbe accorciare l’aspettativa di vita

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Recentemente è stato pubblicato su Nature un breve report nel quale sono state portate alla luce alcune evidenze circa la possibilità che soggetti con mutazione omozigote  CCR5-Δ32, tipicamente associata a protezione dal virus HIV, abbiano una probabilità complessivamente più alta (21%), rispetto ai non affetti, di morire prima dei 76 anni.

Perché questo è importante?

Un piccolo excursus

Si ricorderà del grande clamore che suscitò, a novembre 2018, la notizia che un biofisico della “Southern University of Science and Technology” di Shenzhen, il dr. He Jiankui, avesse dichiarato di essere riuscito a modificare geneticamente un embrione, attraverso la tecnologia CRISPR-Cas9, al punto da aver disattivato il gene CCR5, molecola recettoriale per le proteine di attacco dei ceppi più diffusi di HIV (ma non tutti).

L’embrione è stato poi impiantato ed alla fine ha dato origine a due gemelle, sane, ma mutate per il recettore.

La questione sollevò un polverone enorme, sia nella stampa che nella comunità scientifica, per una serie di questioni sia tecniche che etiche, tanto che il ricercatore si è visto addirittura licenziato dall’università dove lavorava.

Cosa suggerisce il report?

Xinzhu wei e Rasmus Nielsen, i ricercatori a capo dello studio, hanno comparato il genotipo di 409’693 individui di età compresa tra i 41 ed i 78 anni con informazioni prese dai registri di morte.

Al netto di una limitata variabilità in termini di età del campione, hanno dimostrando che l’omozigosi Δ32/Δ32 può effetti deleteri sul portatore nel lungo periodo rispetto agli eterozigoti e ai non portatori, in particolare si associa ad un aumento di oltre il 20% della probabilità di morire prima dei 76 anni.

La mutazione indagata è quella più frequente nella popolazione generale, per quanto di per sé piuttosto rara: solo l’11% delle persone possiede il genotipo eterozigote e assai meno sono quelli con l’omozigote. Questi risultati sono corroborati anche da indagini statistiche applicate all’equilibrio di Hardy-Weinberg, dalle quali emerge che la popolazione omozigote è significativamente più a rischio.

Quali sono le implicazioni?

Lo studio non è che l’ennesima riprova di quelle che erano, in origine, le preoccupazioni della comunità scientifica circa gli effetti a lungo termine dell’editing genetico ed in particolare del silenziamento del gene CCR5: in buona sostanza nessuno può prevedere quali saranno le implicazioni, specialmente quando non sono presenti studi su animale ampi e di livello avanzato, come in questo caso.

In aggiunta a questa incertezza poi, diversi ricercatori hanno fatto notare:

  • come non sia possibile, di fatto, rendere completamente ed invariabilmente immuni un individuo dall’HIV soltanto modificando il recettore, poiché alcuni ceppi utilizzano un’altra molecola per l’attacco, ovvero il CXCR4.
  • che la presenza della mutazione potrebbe proteggere sì da HIV e alcuni flavivirus, ma peggiorare la risposta ad influenza e virus del Nilo Occidentale
  • che esistono metodi migliori e non pervasivi per evitare quel tipo di infezioni.

Alcune opinioni

Secondo Alcino Silva, neuroscienziata della University of California, “sarebbe davvero sciocco cominciare a modificare il DNA nell’uomo in questa maniera indiscriminata, perché semplicemente non ne sappiamo abbastanza in questo momento”, nonostante lei ed il suo team abbiano dimostrato come questa mutazione sia favorevole nel migliorare il recupero da esiti di ictus e ottimizzi memoria ed apprendimento nei topi.

Stando alle parole dell’epidemiologo David Melzer, della University of Exeter, il risultato ottenuto da Wei e Nielsen non dovrebbe sorprendere, perché il gene è associato a malattie autoimmuni, come il morbo di Chron ed il diabete mellito tipo 1, che possono accorciare l’aspettativa di vita; ciononostante, CCR5-Δ32 non è nemmeno lontanamente importante, in questo senso, rispetto ad altri geni associati più tenacemente alla longevità

Conclusioni

Wei e Nielsen hanno corroborato uno spirito di scetticismo profondamente radicato su questo tema, nel mondo medico-scientifico, andando ad aggiungere sostanza ad un nutrito corpo di ricerche sull’editing genetico prenatale.

Concludo riportando, tradotte, le parole di Philip Murphy, un immunologo molecolare all’US National Institute of Allergy and Infectious Diseases di Bethesda, sull’opportunità o meno di eseguire un editing su embrione: “se è improbabile che quella persona non riuscirà nemmeno a superare i 3 anni di vita e che questa possibilità può essere garantita modificando un solo gene, allora il gioco vale la candela, ma gli attuali trattamenti contro l’HIV permettono di vivere molto a lungo”, come a dire che il processo di editing è talmente rischioso, allo stato attuale delle conoscenze, che solo in casi estremi andrebbe utilizzato e solo adottando attente precauzioni.

FONTI| articolo Wei e Nielsen

APPROFONDIMENTI| articolo Nature annuncio editing

Copertina| link

Andrea Tagliolini
Sono studente di medicina al 6° anno presso l'Università degli studi di Perugia. Il mio mantra di vita è una frase di Richard Feynman, il noto fisico: "Il primo principio è che non devi ingannare te stesso e te sei la persona più facile da ingannare".