Disparità e dove trovarle: sport, sport femminile e salute

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L’Italia ha scoperto recentemente che anche le donne sanno giocare a calcio; più precisamente, l’Italia ha scoperto che le donne sanno giocare a calcio sull’onda della delusione provocata dagli uomini che hanno giocato a calcio, ma non troppo bene.

Il 2019 già si configura come l’anno dello sport femminile. È l’occasione propizia anche per fare una piccola analisi: sport femminile, salute, opportunità – com’è la situazione?

Un caso mediatico

Dopo un lungo adombramento, complice il Campionato Mondiale di Calcio Femminile, lo sport femminile ha recentemente osservato una vera e propria esplosione dell’audience, boom registrato su scala mondiale.

Una congiuntura che ha spinto, per esempio, alcuni vertici della FIGC a promuovere un miglioramento delle condizioni e del trattamento finanziario delle atlete.

Varie le proteste, in effetti: dal primo pallone d’oro nella storia del calcio femminile Ada Hegerberg che si rifiuta di prendere parte ai Mondiali di Francia all’inno mancato di Megan Rapinoe.

E le motivazioni non sono certo obiettabili: EuroSport ha calcolato che lo stipendio mensile di Cristiano Ronaldo coprirebbe gli ingaggi dell’intera Serie A femminile di calcio.

Oltre al caso, il danno

Una serie di dis-favoritismi se non addirittura ostacoli che fanno il paio con le constatazioni dell’OMS: l’insufficiente attività fisica è uno dei principali fattori predisponenti per i non-communicable disease (patologie cardiovascolari, polmonari croniche, diabete, cancro).

Senza parlare dei suoi effetti sulla salute mentale e la qualità di vita.

Un’analisi pubblicata su The Lancet Global Health ha calcolato che nel 2018 più di un quarto di tutti gli adulti, nel mondo, non fosse fisicamente attivo a sufficienza.

Sì ma il genere, sempre, che c’entra?

In questo caso, il punto è che a questo dato se ne aggiunge un altro: globalmente le donne sono più inattive degli uomini. A livello globale infatti gli adulti inattivi uomini sono 23,4%, contro il 31,7% delle donne.

immagine – Trends in insufficient physical activity in women from 2001 to 2016

immagine – Trends in insufficient physical activity for three income groups from 2001 to 2016

Ostacoli e barriere

Secondo un report di Sport England, esistono delle barriere più o meno culturali che spiegano la disparità. Il report ha verificato che, nel cluster di popolazione femminile fra i 3-11 anni, si registra una minore confidenza nelle proprie capacità sportive rispetto ai ragazzi delle rispettive età.

Bambine esposte ad un certa “offerta sportiva” possono trovate difficoltà ad adattarsi a particolari tipologie di sport tanto da conformare la confidenza nel proprio corpo attorno a queste esperienze negative. Un retaggio che si porteranno appresso anche da adulte, aggravato però dall’aura di mascolinità che grava su uno sport piuttosto che un altro.

E certo, le istituzioni non danno manforte ad un cambio di regime: lo sport femminile vive di fondi risicati che affliggono equipaggiamenti, stipendi, attività… Contestualmente poi, come evidenziato da la serie edita The Lancet Gender equality, norms and health, sono le donne a giocare un ruolo chiave nella cura dei figli e delle attività domestiche: e questo, manco a dirlo, non permette sempre di trovare il tempo necessario a praticare dell’attività fisica costante.

Lo studio di The Lancet

Pubblicato su The Lancet Global Health il paper “Worldwide trends in insufficient physical activity from 2001 to 2016: a pooled analysis of 358 population-based surveys with 1·9 million participants ha una serie di meriti, nonostante le limitazioni.

Se uno studio così ambizioso (2 milioni di partecipanti) non poteva certo contare su dati globalmente omogenei per fonte o raccolta, sicuramente lo studio dei trend disegnati dall’attività fisica nel corso del tempo per regione è un punto di forza.

Sono i paesi ad alto reddito occidentali a patire, nel corso del tempo, le maggiori riduzioni rispetto allo svolgimento di attività fisica. Non è così per le regioni Asiatiche e Medio Orientali, in cui si registra un incremento della pratica di attività fisica, certamente trainata dagli incrementi verificati in Cina, la regione più popolosa dell’area.

In effetti, le regioni che maggiormente deficitano nell’attività fisica sono l’America Latina, i Caraibi, i paesi ad alto reddito occidentali e dell’area Asiatica Pacifica. Nel 2016 la prevalenza di ridotta attività fisica era addirittura doppia nei paesi ad alto reddito rispetto a quelli a basso reddito.

Country prevalence of insufficient physical activity in women in 2016

 

 

Country prevalence of insufficient physical activity in men in 2016

Le raccomandazioni WHO-OMS

A sigillare l’importanza dell’argomento, ecco le raccomandazioni dell’OMS rispetto all’attività fisica negli adulti dai 18-64 anni:

  • 150 minuti di attività aerobica moderata a settimana; o 75 minuti di attività aerobica vigorosa; o una combinazione delle due
  • l’attività aerobica dovrebbe essere praticata in cluster di tempo di almeno 10 min l’uno
  • per potenziare gli effetti benefici si possono raggiungere i 300 minuti di attività aerobica moderata a settimana; o i 150 minuti di attività aerobica vigorosa
  • esercizi per il rinforzo muscolare dovrebbero essere praticati per 2 o più giorni a settimana

Insomma, che sia sport o attività fisica più generica, nessuno dovrebbe essere penalizzato o sfavorito: lo sport, come la salute, è un diritto.

 

FONTI| The Lancet; editoriale The Lancet; EuroSport; WHO

Davide Dionisi
Nato il 5/09/1994, frequento la facoltà di Medicina e Chirurgia all'università Statale di Milano. Sono appassionato tanto di medicina quanto di attualità e tematiche sociali.