‘L’amore è femmina ma la salute?’

1085
femmina

“Ero sdraiata sul lettino, con i piedi nelle staffe, quando lei, la ginecologa, mi sussurra tutta carina se poteva assistere anche Charlie. Ho guardato in basso e Charlie era il suo cagnolino bianco. Nella mia sala visite, dove lei avrebbe esaminato la mia vagina.” (Visite da incubo dal ginecologo, Pourfemme.it)

Cari uomini, vi è mai capitato che un medico mettendovi le mani tra le gambe vi dicesse: “allarga e non ti lamentare”? Sicuramente no.

Ma a me si. Sono passati molti anni da allora, lui non è più il mio ginecologo e la misandrìa come strumento del Femminismo non mi è mai piaciuto ma maschi, sappiate che, non per vittimismo né tantomeno per eccesso di ondata rosa popolare, la sanità ha un problema con le donne.

Si chiama ‘Gender Health Gap’ ed è il gap nel mondo della sanità tra la gestione e l’approccio utilizzati verso gli uomini e quelli scelti, in modo conscio o spinti da un connaturato istinto, alle donne.

Quello che viene fuori da una ricerca tra fonti diverse, dopo giorni in cui come un pendolo mi muovo tra PubMed e Pianeta Mamma, è che i casi in cui si concretizza una materiale differenza tra i trattamenti sanitari riservati agli uomini e quelli riservati alle donne sono tantissimi.

In questo studio del 2008, su 981 pazienti arruolati nell’arco di 8 mesi con dolore addominale acuto non traumatico, uomini e donne hanno raggiunto punteggi di dolore medio simili, ma le donne che hanno ricevuto un trattamento analgesico sono state il 60% rispetto al 67% maschile. In particolare un trattamento a base di oppiacei è stato garantito al 56% di uomini e solo al 45% delle donne.

Quale può essere la premessa culturale a un risultato del genere? Una naturale considerazione della soglia del dolore femminile diversa da quella maschile? Una diffusa sottovalutazione del dolore femminile? O ancora, un più diffuso scetticismo verso il dolore riportato dalle donne rispetto a quello riferito dagli uomini?

Secondo un altro studio, le donne hanno una probabilità di 7 volte maggiore rispetto agli uomini di ricevere una diagnosi errata e di essere dimesse dal Pronto Soccorso durante un infarto perché manifestano, generalmente, dei sintomi diversi da quelli maschili.

La spiegazione a questo risultato potrebbe trovarsi nel fatto che la maggior parte degli studi scientifici vengano condotti sulla base della fisiologia maschile. Infatti, in genere le popolazioni arruolate non sono equamente costituite da uomini e donne, a meno che non si tratti di studi scientifici specifici su condizioni femminili. Vale lo stesso per i trials farmaceutici.

È chiaro che una letteratura scientifica condotta solo sugli uomini restituisca una visione parziale sia sulle fisiopatologie degli eventi sia sulla sicurezza ed  efficacia dei farmaci. I due sessi, diversi per anatomia, fisiologia e biologia hanno bisogno di uno studio organico e completo. In letteratura si trovano numerose tracce della differenza di eventi avversi a farmaci tra i due sessi, con risultati che confermano la maggiore diffusione di questi tra le donne (Link 1; Link 2; Link 3).

Le motivazioni? Possiamo cercarle su due binari. Da un lato arruolare campioni maschili è tecnicamente più comodo: arruolare un solo sesso permette un importante risparmio in termini di complessità di conduzione degli studi e di costi. Dall’altro possiamo cercare motivazioni culturali che mettono radici molto lontano nel tempo.

Barbara Garavaglia, responsabile del Comitato unico di garanzia per le pari opportunità dell’ospedale Besta di Milano, sintetizza cosi la questione:

“Negli anni Sessanta e Ottanta le donne erano completamente escluse dai test perché non erano abbastanza emancipate. Oggi, invece, sono poco presenti perché costerebbero troppo all’azienda. Significherebbe, infatti, aumentare di almeno 5/6 volte i gruppi sperimentali: il sesso femminile deve essere rappresentato nelle varie fasi della sua vita riproduttiva, ciclo mestruale, gravidanza, allattamento e menopausa, con un inevitabile aumento delle spese e dei tempi. Sono meno disponibili perché devono occuparsi della famiglia e sono meno interessate a questo tipo di esperienza”.

Nel 2014 il World economic forum ha piazzato l’Italia al 68esimo posto nella classifica della disuguaglianza nelle cure tra uomo e donna a dimostrazione delle dimensioni di una questione più reale che puramente idealistica.

Ma, continuando a cercare i numeri e i fatti di questa disuguaglianza, si trova ancora molto:

Da un’indagine condotta dall’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia emerge che 1,6 milioni di donne in Italia sono sottoposte a episiotomia (incisura chirurgica vulvo-vaginale per facilitare il parto) senza aver dato preventivamente dato il loro consenso. Negli ultimi 14 anni circa 1 milione di mamme pare abbiano vissuto un’esperienza di violenza ostetrica durante il parto e il travaglio.

Nel nostro Paese l’aborto è un diritto garantito per legge ma difficilissimo da ottenere: un post recentemente apparso sui social racconta una drammatica storia che lo testimonia.  Ottenere la prescrizione della pillola a volte deve passare attraverso (l’etica) approvazione dello sguardo del medico che hai di fronte

Ma non solo: è molto più facile trovare sia nei banconi delle farmacie sia nei distributori automatici profilattici maschili rispetto a quelli femminili. E i dolori mestruali, talvolta molto invalidanti per alcune donne, non vengono riconosciuti come motivo valido di assenza dal lavoro. Perchè se per gli uomini un mal di testa è sempre un mal di testa, per molte donne è, molto spesso, “stress“.

Le donne dunque devono affrontare molte più difficoltà, si devono scontrare con molti più pregiudizi e impreparazione, o, come, in sintesi un articolo comparso su The Vision diceva “Non Credute, Non Studiate, Non Curate”.

Voi vi siete mai sentite vittime di questo gap? Pensate che sdoganare vecchi tabù come la sessualità femminile, parlare più spesso e meglio di temi come il ciclo mestruale, l’aborto, la contraccezione potrebbe essere una soluzione? Creare spazi di dibattito nella politica della sanità pensate sia necessario?

Secondo noi sì.

È necessario introdurre un approccio di genere nella sanità e nelle politiche sanitarie. Le considerazioni di genere devono essere parte integrante delle discussioni scientifiche tanto quanto di quelle sociologiche.

È necessario riconoscere le differenze di sesso e di genere e dare ad esse un significato costruttivo nella prospettiva di alimentare sempre più una medicina che tenga conto di come fattori anatomici, biologici, fisiologici e psicologici saranno determinanti a disegnare quadri completamente diversi, dove declinazioni dello stesso sostantivo hanno bisogno, pur riconoscendosi nelle stesse radici, di valorizzarsi nelle loro diverse desinenze.

Immagine in evidenza

Antonella Moschillo
Nata ad Ariano Irpino (AV) il 12 Marzo 1996, frequento la facoltà di Medicina e Chirurgia presso "La Sapienza" a Roma dopo essermi diplomata presso il Liceo Classico "P.P.Parzanese" di Ariano Irpino.