Steatosi epatica e HIV: promettenti scenari terapeutici

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Un recente studio pubblicato su The Lancet HIV rivela interessanti passi avanti nel trattamento della steatosi epatica non alcolica in pazienti con infezione da HIV.

NAFLD e HIV

La steatosi epatica non-alcolica (NAFLD), si verifica non di rado nei soggetti con sindrome da immunodeficienza acquisita, interessando fino al 25% dei pazienti che vivono nei paesi sviluppati. Questa condizione può progredire verso un serio danno epatico, cirrosi o tumore che potrebbero essere potenzialmente letali fino a richiedere un trapianto di fegato.

Studi precedenti hanno stabilito che gli integratori di vitamina E, la perdita di peso e altri cambiamenti adoperati nello stile di vita possono migliorare i risultati tra le persone sieropositive con steatoepatite non alcolica.

È risaputo che l’obesità e il diabete di tipo II amplificano il rischio di sviluppare la steatosi epatica, mentre nei soggetti con HIV si può sviluppare un aumentato rischio in quanto alcuni farmaci per l’HIV stesso sono associati all’aumento del grasso viscerale e possono contribuire all’accumulo di grasso epatico.

Tuttavia, quasi sempre, le opzioni terapeutiche per la steatosi e la steatoepatite non alcolica non sono testate nei soggetti con HIV e nessuna è disponibile per questi pazienti. Certamente la steatosi epatica non-alcolica è una causa effettiva di comorbilità nelle persone con HIV.

Lo studio

I ricercatori del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) e i loro colleghi del Massachusetts General Hospital (MGH) di Boston hanno testato un analogo dell’ormone di rilascio della somatotropina umano (GHRH) chiamato tesamorelin valutando se questo potesse ridurre la steatosi epatica nei pazienti HIV positivi.

In particolare, Egrifta (tesamorelin) è stato approvato nel 2010 dalla Food and Drug Administration in quanto si è dimostrato efficace nel trattamento della lipodistrofia, caratterizzata da un’anormale distribuzione del grasso corporeo, e associata a classi di farmaci meno recenti usate proprio nel trattamento dell’HIV.

Partendo da queste evidenze è stato condotto uno studio randomizzato in doppio cieco, multicentrico con placebo in un ospedale e in un centro di ricerca medica negli Stati Uniti.

I ricercatori, guidati da Colleen M. Hadigan, medico ricercatore presso il Laboratorio di immunoregolazione della NIAID, e Steven K. Grinspoon, professore presso l’Harvard Medical School e direttore dell’unità Metabolismo presso MGH, hanno arruolato 61 pazienti tra il 20 agosto 2015 e il 16 gennaio 2019.

Per 12 mesi, a 31 di questi pazienti hanno ricevuto iniezioni giornaliere da 2 mg di tesamorelin, agli altri 30 sono state effettuate iniezioni dall’aspetto identico contenenti un placebo. In seguito per altri 6 mesi tutti i partecipanti hanno ricevuto 2 mg di tesamorelin al giorno.

L’obiettivo primario è stato quello di ottenere la variazione della frazione di grasso epatico a 12 mesi.

Tra i partecipanti arruolati nello studio, il 43% presentava inizialmente almeno una condizione di fibrosi epatica lieve e il 33% soddisfaceva i criteri diagnostici per un sottogruppo più grave di steatosi epatica chiamato appunto steatoepatite non alcolica.

I pazienti trattati con tesamorelin hanno mostrato una riduzione maggiore della frazione di grasso intraepatico rispetto ai pazienti trattati con placebo.

Nel dettaglio, dopo 12 mesi, il 35% dei soggetti trattati con tesamorelin e il 4% trattati con placebo presentavano questa frazione di grasso inferiore al 5%.

Nel complesso, il tesamorelin è stato ben tollerato e ha ridotto la frazione di grasso intraepatico dei partecipanti di una differenza assoluta del 4,1% (corrispondente a una riduzione relativa del 37% dall’inizio dello studio). Se 9 partecipanti che hanno ricevuto placebo hanno manifestato insorgenza o peggioramento della fibrosi, solo 2 partecipanti nel gruppo trattato con tesamorelin hanno sperimentato gli stessi eventi.

I medici che hanno condotto la ricerca sostengono che l’ormone iniettabile tesamorelin riduca sostanzialmente il grasso epatico e prevenga la fibrosi epatica nei soggetti con infezione da HIV.

“La nostra speranza è che questo intervento possa aiutare i pazienti HIV positivi, potendo coinvolgere anche altre persone con patologie epatiche”– ha affermato il dott. Hadigan.

Appaiono necessari, d’altro canto, ulteriori studi per valutare i potenziali effetti a lungo termine di questo approccio in modo tale da sviluppare formulazioni che possano recare beneficio a tutti i soggetti con epatopatie, infatti tesamorelin potrebbe anche contribuire al trattamento duraturo per le gravi epatopatie nelle persone senza infezione da HIV.

FONTI | Abstract del’articolo originale su Lancet; News releases NIAID

Chiara Maria Palmisano
Sono laureata in Medicina e Chirurgia, ho conseguito la laurea presso l'università di Bari.