Glioblastoma: possibile svolta nell’utilizzo dell’immunoterapia

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Il cervello umano, in virtù della sua centrale e vitale importanza è una sorta di fortezza dotata di barriere progettate per tenere fuori gli agenti dannosi. Ma la protezione, soprattutto quando così “estrema”, ha un costo: queste barriere interferiscono con il sistema immunitario di fronte a minacce siano esse infettive o ancor peggio tumorali.

LA BARRIERA EMATOENCEFALICA

La responsabile di questo isolamento protettivo riservato al nostro cervello è la barriera ematoencefalica: si tratta di una unità anatomico-funzionale realizzata da cellule endoteliali dotate di particolari caratteristiche rispetto alle normali cellule endoteliali vasali.

Essa presenta un endotelio continuo e non fenestrato, le cellule endoteliali sono unite tra di loro da giunzioni cellulari occludenti. Questa maggiore compattezza impedisce il passaggio di sostanze idrofile o con grande peso molecolare dal flusso sanguigno all’interstizio (e quindi ai neuroni) con una capacità di filtraggio molto più selettiva rispetto a quella effettuata dalle cellule endoteliali dei capillari di altre parti del corpo.

Un ulteriore fattore che contribuisce alla formazione di questa straordinaria unità anatomofunzionale è costituito dalle proiezioni delle cellule astrocitarie che circondando le cellule endoteliali della barriera ematoencefalica, determinando un ulteriore rafforzamento strutturale e funzionale.

Il tutto ha la funzione di proteggere il tessuto cerebrale dagli elementi nocivi presenti nel sangue, pur tuttavia permettendo il passaggio di sostanze necessarie alle funzioni metaboliche.

IL GLIOBLASTOMA MULTIFORME

Però se da una parte abbiamo indiscutibili vantaggi, dall’altra ci sono i problemi legati al fatto che questa barriera così stringente rende difficoltoso l’arrivo di farmaci per via ematica a livello cerebrale e delle cellule del sistema immunitario: tutto ciò ovviamente ha riscontri negativi nel momento in cui il nostro organismo si trova a fronteggiare infezioni o tumori.

Tra quest’ultimi, quello sicuramente più temibile è il glioblastoma multiforme, vale a dire il tumore più comune e più maligno tra le neoplasie della glia.

In particolare, si tratta della forma più grave di astrocitoma infiltrante, che rappresentano circa l’80% dei tumori cerebrali primitivi dell’adulto. Abitualmente, sono localizzati negli emisferi cerebrali, ma possono anche svilupparsi nel cervelletto, nel tronco encefalico o nel midollo spinale, generalmente nella IV-VI decade di vita.

I segni e i sintomi d’esordio più comuni sono dati da crisi epilettiche, cefalea e deficit neurologici focali correlati alla sede anatomica coinvolta. Il glioblastoma tende a presentarsi con due quadri clinici diversi: come malattia di nuova insorgenza negli individui più anziani (molto più comunemente) ,ed in questo caso si parla di glioblastoma primitivo, oppure meno frequentemente nei pazienti giovani come progressione di un astrocitoma di basso grado (in questo caso si parla di glioblastoma secondario).

Purtroppo, si tratta di un tumore estremamente difficile da curare con pochi casi di sopravvivenza oltre i tre anni. I tentativi di trattamento prevedono le opzioni della chirurgia, della radioterapia e della chemioterapia. A questa lista potrebbe presto aggiungersi l’immunoterapia.

LO STUDIO

Alcuni ricercatori della Yale University hanno riportato i risultati di un loro studio sulla rivista Nature smentendo la convinzione che il sistema immunitario possa fare ben poco per combattere i tumori cerebrali (fino ad oggi non c’è stato modo per i pazienti con glioblastoma di beneficiare dell’immunoterapia) affermando di aver trovato un nuovo modo di aggirare le difese naturali del cervello, facendo in modo di far arrivare a destinazione e funzionanti le cellule immunitarie.

Lo studio è partito analizzando i piccoli vasi che rivestono l’interno del cranio raccogliendo i rifiuti di tessuto e smaltendoli poi attraverso il sistema linfatico: è proprio questo sistema di smaltimento che i ricercatori hanno sfruttato nel nuovo studio. Questi vasi si formano poco dopo la nascita, stimolati in parte dal fattore di crescita endoteliale vascolare C (VEGF-C).

I ricercatori hanno allora ipotizzato che la somministrazione di VEGF-C potesse aumentare la sorveglianza del sistema immunitario: il team ha quindi introdotto VEGF C nel liquido cerebrospinale dei topi con glioblastoma e ha osservato un aumento del livello di risposta delle cellule T nei confronti dei tumori.

Combinato con inibitori del checkpoint del sistema immunitario comunemente usati in immunoterapia, il trattamento con VEGF-C ha esteso significativamente la sopravvivenza dei topi.

I risultati di questo studio aprono le porte a nuove speranze per l’applicazione nell’uomo di strategia terapeutiche immunologiche per il glioblastoma multiforme visto che il panorama terapeutico attuale, basato principalmente sulla chemioterapia, offre risultati deludenti sotto ogni punto di vista.

FONTE | Articolo Nature

Alessandro Savo Sardaro
Redazione | Università Degli Studi di Roma Tor Vergata VI anno corso di laurea in Medicina e Chirurgia “Choose a job that you love and you will never have to work a day in your life”.