Vaccino per l’Alzheimer: passi avanti nella ricerca

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Secondo il Rapporto OMS e ADI (Alzheimer’s Disease International) la demenza, nelle sue molteplici forme, è stata definita “una priorità mondiale di salute pubblica“.

I numeri

Le stime più recenti a livello internazionale indicano che nel mondo vi siano circa 50 milioni di persone affette da demenza, con 10 milioni di nuovi casi all’anno e un nuovo caso di demenza diagnosticato ogni 4 secondi.

Il numero di persone con demenza, e principalmente Malattia di Alzheimer, dovrebbe triplicare nei prossimi 40 anni. Si pensa che nel 2050 a soffrirne saranno ben 150 milioni di persone.
In Italia circa 1 milione di persone è affetto da demenza e circa 3 milioni sono direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza dei loro cari.

Lo stato dell’arte

La malattia di Alzheimer, è una patologia complessa e multifattoriale che coinvolge fattori di rischio genetici e ambientali, caratterizzata dall’accumulo di placche beta-amiloide (Aβ) e grovigli neurofibrillari composti da proteina tau iperfosforilata, che insieme portano a neurodegenerazione e declino cognitivo.

Attualmente, non esiste una reale terapia per la demenza e i trattamenti sono limitati. Si ritiene che uno dei motivi del fallimento dei farmaci sperimentali sia dovuto al fatto che il trattamento venga iniziato troppo tardi rispetto all’inizio del processo patologico.

Partendo da questo assunto, gli scienziati stanno lavorando allo sviluppo di vaccini che possano essere usati prima che insorgano i sintomi, bloccando in tal modo la demenza.

In merito, un recente studio è stato pubblicato sulla rivista Alzheimer Research & Therapy.

Gli autori, professori presso l’Università della California, e l’Institute for Molecular Medicine di Huntington Beach, hanno studiato un promettente approccio vaccinale.

Le recenti analisi longitudinali dei partecipanti all’Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative (ADNI) hanno dimostrato il concreto sinergismo tra la proteina beta-amiloide e tau fosforilata (p-tau) suggerendo che queste possano interagire per innescare la progressione della compromissione cognitiva lieve nei soggetti con demenza da Malattia di Alzheimer.

Precedenti studi in laboratorio hanno dimostrato che due vaccini, noti come AV-1959R e AV-1980R, sono in grado di produrre rispettivamente una risposta anticorpale a beta-amiloide e proteina tau, ma finora gli studi clinici di fase tre condotti su questi metodi non sono riusciti a rallentare la progressione della malattia nell’uomo.

In quest’ultimo lavoro di ricerca, gli autori hanno condotto le loro analisi utilizzando topi che sviluppano aggregati patologici di tau e beta-amiloide. Hanno quindi sviluppato un vaccino composto sia da AV-1959R che da AV-1980R.

Tale approccio tenta di superare i precedenti ostacoli nella ricerca di una terapia in grado di rallentare l’accumulo di molecole di beta-amiloide e proteina tau.

È importante sottolineare come gli scienziati abbiano realizzato questi farmaci insieme ad un adiuvante, cioè un farmaco che si unisce alla sostanza principale per completarne o aumentarne l’azione, chiamato AdvaxCpG, il quale aiuta a produrre una risposta immunitaria più forte. Il prof. Nikolai Petrovsky della Flinders University, Australia, ha progettato questo adiuvante.

Come previsto, la terapia combinata ha indotto la produzione di anticorpi sia contro la proteina tau che per la beta-amiloide. A loro volta, questi anticorpi hanno ridotto i livelli di tau insolubile e beta-amiloide che producono placche beta-amiloidi e grovigli neurofibrillari.

In particolare il vaccino è stato iniettato per via intramuscolare in topi bigenici identificati con codice Tau22 / 5xFAD (T5x), che sviluppavano il modello murino dell’Alzheimer manifestando un accumulo delle proteine dannose nel cervello. I topi T5x immunizzati col vaccino hanno sviluppato una concentrazione notevole di anticorpi specifici, in grado di colpire sia le placche di beta amiloide che i grovigli di proteina tau.

Alla luce dei risultati ottenuti, gli autori della ricerca sono molto ottimisti sulla sperimentazione del vaccino anche in ambito clinico, cioè sull’uomo.

“Nel loro insieme, questi risultati giustificano l’ulteriore sviluppo di questa tecnologia vaccinale per i test finali sull’uomo” – affermano gli autori del lavoro, dottor Blurton-Jones e il professor Ghochikyan

Per questi tipi di vaccini e i loro adiuvanti gli autori hanno dimostrato la sicurezza nell’uomo, sperando per questo di poter presto portare questa ricerca al livello successivo.

Probabilmente occorreranno circa due anni per poter iniziare la fase degli studi clinici con questo tipo di vaccinazione.

FONTI | abstract, Malattia di Alzheimer, immagine.

Chiara Maria Palmisano
Sono laureata in Medicina e Chirurgia, ho conseguito la laurea presso l'università di Bari.