Epidemie e pandemie esigono spesso come prezzo la vita dei sanitari

1998

Epidemie e pandemie seguono sempre lo stesso ciclo, scrive Charles Rosenberg. È un dramma sociale in tre atti. Ma, scrivono Andrea Remuzzi e Giuseppe Remuzzi sulle pagine di The Lancet, possiamo anche prevedere l’epilogo, vedere in anticipo da dove partiranno le crepe del sistema. Bisogna interpretare i numeri, e fidarsi della responsabilità dei cittadini.

Uno spunto letterario

Charles Rosenberg, storico della medicina americano, ha profilato le pandemie. Di più, ha disegnato un profilo caratteristico che le accomuna tutte, una specie di identikit storico.

L’ispirazione è puramente letteraria: l’idea deriva da La Peste di Albert Camus, dove un’epidemia (e perché no, una pandemia), si dispiega secondo una serie di movimenti precisi. Come una sinfonia del dolore.

Secondo gli studi di Rosenberg, ogni pandemia è un dramma sociale in tre atti.

Nel primo, i cittadini sottostimano i danni, un po’ per auto-rassicurazione, un po’ per proteggere le strutture economiche del proprio paese. Ma l’accelerazione del conteggio di contagiati e decessi porta presto ad una presa di coscienza forzata.

Dalla consapevolezza nasce il bisogno di sapere, le domande e i dubbi. Dalle risposte che una società riesce a darsi nascono le risposte pubbliche (diciamo anche politiche). È il secondo atto.

Il terzo atto e ultimo atto dipende proprio da queste risposte. L’epilogo, se disancorato dai fatti e dalla responsabilità, può essere distruttivo quanto la malattia stessa.

Un’epidemia può così finire in due modi: soccombere alle spinte frenanti della società tutta, o esaurire il serbatoio di vittime disponibili.

Ritorno al passato

Oggi leggere Rosenberg è come sfogliare i quotidiani, ma una settimana prima. Qualcosa in effetti dovremmo averlo imparato. La lista di pandemie ed outbreaks che hanno investito il mondo, moderno o meno, è lunghissima.

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Dalla piaga antonina del 165-180, con i suoi 5 milioni di morti, alla SARS (2002-2003), passando per l’influenza suina H1N1 del 2009 e i suoi 200’000 morti, o ancora, Ebola e MERS. Per arrivare ad oggi, con, al 15 Marzo 2020, oltre 6400 morti di COVID19.

Non sempre la tecnologia, le scienze o semplicemente i cittadini hanno saputo rispondere adeguatamente.

La sifilide, una delle grandi piaghe del Ventesimo secolo, in teoria poteva essere contenuta con la stretta adesione di tutti ad astinenza e monogamia. Come però sottolinea un ufficiale medico dell’esercito americano nel 1943, “L’atto sessuale non può essere reso impopolare”.

La penicillina sarebbe arrivata proprio in quegli anni, ma qualcuno si rifiutò di usarla perché avrebbe tolto un freno alla “promiscuità”.

A volte serve un cambio di paradigma culturale, per rendere efficace una cura.

Politica e altri fallimenti

Le misure e ordinanze promosse dal governo, in questa prospettiva, sono un sacrificio minimo. Ed è un bene che queste risposte politiche stiano avvenendo in maniera adeguatamente ordinata e con una comunicazione efficiente.

La storia ci insegna che gli amministratori e decisori, se adottano strategie fallimentari, sono puniti malamente dalla cittadinanza. Da Ford a Reagan, molte sono le amministrazioni che hanno perso voti e mandati proprio a causa delle cattive gestioni di un’emergenza sanitaria.

In più, esiste anche un altro punto costante.

Epidemie e pandemie, per essere contenute, esigono spesso come prezzo la vita di professionisti sanitari. Sono morti professionisti sanitari durante l’outbreak di febbre gialla a Philadelphia nel 1793, durante Ebola nel 2014, ne sono morti ora in Cina.

In Italia, il sistema si sta saturando, costringendo medici infermieri tecnici a lavorare in condizioni estreme. I tagli miopi di anni di definanziamenti progressivi hanno messo gli ospedali nelle condizioni di dover lavorare senza “staff, stuff, space and systems”, ovvero con i mezzi minimi necessari.

Ecco che la politica dunque, con una serie di decreti, cerca di recuperare il terreno perso. Ma c’è ancora molto da fare.

L’Italia oggi

COVID19, ormai è pandemia. Come da definizione la malattia ha colpito più di 100’000 persone in 100 paesi diversi. L’Italia, l’11 Marzo 2020, conta 12 462 casi confermati e 827 morti. L’8 Marzo, il governo ha implementato le misure per limitare la trasmissione virale, e continua a farlo.

Eppure, decreto su decreto, i 5200 letti totali presenti in Italia fra tutte le terapie intensive potrebbero non bastare.

Ma di quanto potremmo sforare? Qualcuno ha elaborato un modello, sulla base dei dati italiani e cinesi.

Di base, la regione di Hubei in Cina conta poco meno della popolazione italiana (50 milioni in Hubei contro i 60 milioni di abitanti italiani). Uno studio pubblicato recentemente su The Lancet parte da qui, e altri dati, per accostare i due territori.

L’approccio ha dei limiti: l’eterogeneità del territorio fra aree rurali e aree metropolitane, la differenza degli approcci clinici o semplicemente farmacologici, la diversa aggressività nel predisporre misure di contenimento. Ma sarebbe ingenuo non cercare di estrapolare un trend.

Date le premesse e i possibili margini di errore, arrivano dunque i numeri.

L’Italia domani

Dai dati in nostro possesso sappiamo che la percentuale di pazienti infetti da SARS-CoV-2 che necessitano di un trattamento per ARDS si attesta attorno al 10% del totale.

Prima di cadere e approssimarsi a zero, il numero di pazienti infetti nella regione di Wuhan ha toccato i 38 000 casi.

Per fare parimenti una stima dei contagi al picco della pandemia, in Italia, gli autori hanno usato un modello predittivo, che si è dimostrato efficace: la curva dei casi misurati e quella dei casi pronosticati risultano sostanzialmente sovrapposte.

Inoltre i dati collimano con le statistiche prodotte dai sanitari cinesi.

Questo significa che nel periodo peggiore, che si attende entro le 4 settimane dall’11 Marzo 2020, potrebbero essere necessari 4000 letti di terapia intensiva anche nella sola regione Lombardia.

E che le massime capacità di sistema potrebbero essere raggiunte entro pochi giorni da questa data.

Ne deriva una sola cosa: è semplicemente il momento di essere responsabili. I professionisti della salute stanno lavorano per tutti, con tutti, con poco. E, per onor di cronaca, si conta che il 20% di loro sia già stato infettato. Continuiamo a fare tutti la nostra parte.

FONTI| articolo The Lancet; articolo NEJM; infografiche pandemie

Davide Dionisi
Nato il 5/09/1994, frequento la facoltà di Medicina e Chirurgia all'università Statale di Milano. Sono appassionato tanto di medicina quanto di attualità e tematiche sociali.