La quarantena è solitamente un’esperienza spiacevole per chi la vive: la separazione dai propri cari, la perdita di libertà, l’incertezza riguardo lo stato di salute e la monotonia del quotidiano in alcune occasioni possono dare adito ad effetti non trascurabili.

Se ansia e rabbia, entrambi presenti nel 15% circa degli intervistati, mostrano una significativa riduzione a 4-6 mesi dall’emergenza, più duratura invece è la preoccupazione di un contagio. Nel lungo termine il 54% dei soggetti riferisce un atteggiamento evitante nei confronti di persone con tosse mentre il 21% dichiara di evitare tutti i luoghi pubblici e affollati.

Il disagio socioeconomico rappresenta un fattore pesantemente predittivo sul breve e lungo termine: il sopraggiungere di una dipendenza economica dal nucleo familiare di origine può condurre infatti alla nascita di conflitti determinanti uno scompenso psicologico.

Fortemente a rischio è infine il personale sanitario: a 3 anni di distanza dalla quarantena perdurano i sintomi da PTSD, 1 soggetto su 10 presenta sintomi depressivi gravi, e vi è maggior rischio di disturbi dello spettro delle dipendenze. A perpetrare questi aspetti c’è anche lo stigma da parte del pubblico, come il vicinato evitante anche ad emergenza conclusa.

Fonte | www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)30460-8/fulltext
A cura del dott. MARCO UPALI
Revisionato dal dott. Simone Salemme

Redazione | Nato il 30/01/1993. Frequento l’Università di Modena e Reggio Emilia, Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia. Il mio campo di interesse sono le neuroscienze. “Better is possible. It does not take genius. It takes intelligence. It takes moral clarity. It takes ingenuity. And above all, it takes a willingness to try" - Atul Gawande.