Le più interessanti novità di giugno in oncologia

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Tumore al polmone e COVID-19

L’infezione da SARS-CoV2 è stato uno degli argomenti maggiormente discussi nell’ultimo periodo, anche in ambito oncologico: da una parte è stato infatti necessario identificare delle linee guida per la gestione dei pazienti, dall’altra è stato fondamentale comprendere l’impatto dell’infezione in una categoria di soggetti talvolta fortemente defedati e compromessi. Già nelle prime fasi della pandemia un report di un ospedale cinese aveva cercato di descrivere lo scenario che avrebbe potuto configurarsi, tuttavia rimanendo all’inizio una segnalazione sporadica e solitaria considerata anche la bassa numerosità del campione.

L’esperienza dello Sloan Kettering di New York

Il Memorial Sloan Kettering Cancer Center (MSKCC) di New York ha posto lo sguardo su una categoria specifica di pazienti indagando tutti i fattori che potessero favorire l’infezione da SARS-CoV-2 e la sua progressione nei pazienti affetti da una neoplasia polmonare, metastatica o non.

Sono stati inclusi nello studio 102 pazienti trattati presso l’istituto MSKCC per una neoplasia polmonare e positivi al test RT-PCR per SARS-CoV-2; di questi il 62% ha necessitato di un ricovero in ambiente ospedaliero e il 25% è andato incontro a decesso. Un aspetto non indifferente riguarda proprio la quota dei pazienti deceduti: quelli positivi all’infezione risultano infatti l’11% di tutti i pazienti con una neoplasia polmonare afferenti all’istituto.

Risultati dello studio

I fattori di gravità dell’infezione sono risultati molto dipendenti dai pazienti stessi e correlati all’età, al fumo di sigaretta e alla presenza di patologie concomitanti come la BPCO. Le caratteristiche della neoplasia sembrano invece non avere un impatto sulla severità del quadro. Considerata tuttavia la bassa numerosità del campione esaminato, anche in questo caso, i risultati hanno una valenza limitata, pur rappresentando un utile spunto di riflessione.

Nivolumab e tumore esofageo. Cosa c’è di nuovo?

Sulla spinta dei risultati di un trial clinico – ATTRACTION-03 – l’FDA (Food and Drug Administration), il corrispondente americano della nostra Agenzia Europea per i Medicinali, ha approvato l’utilizzo del Nivolumab nei pazienti con carcinoma squamocellulare esofageo. L’utilizzo del Nivolumab è previsto in caso di neoplasia avanzata non resecabile, ricorrente o metastatica, successivamente ad un primo trattamento con fluoropirimidine e derivati del platino.

Cos’è il Nivolumab?

Il Nivolumab rientra nella grande famiglia degli anticorpi monoclonali ed in dettaglio nei cosiddetti immunoterapici. Ha la capacità, infatti, di legare il recettore PD-1 localizzato sui linfociti T, consentendo a quest’ultimi di espletare la loro azione nei confronti delle cellule neoplastiche.

I risultati

Si è osservato un beneficio in termini di overall survival nei pazienti trattati con Nivolumab rispetto ad un trattamento con Taxani (Docetaxel o Placlitaxel). I principali effetti collaterali osservati sono stati: rash, riduzione dell’appetito, diarrea e costipazione

Combinazione Ramucirumab-Erlotinib nella terapia del tumore al polmone

Una nuova combinazione di farmaci è stata approvata dalla FDA nel trattamento di prima linea nel tumore a polmone non a piccole cellule metastatico con una delezione EGFR dell’esone 19 o mutazione all’esone 21 (L858R): si tratta dei farmaci Ramucirumab ed Erlotinib.

Cosa sono Ramucirumab ed Erlotinib

Ramucirumab è un anticorpo monoclonale antagonista di VEGFR2, mentre Erlotinib è un inibitore di EGFR. La combinazione dei due farmaci ha ricevuto già in precedenza un parere positivo da parte dell’EMA.

I risultati dello studio

L’associazione Ramucirumab+Erlotinib ha mostrato una migliore progressione free survival rispetto al trattamento con Erlotinib+placebo. Ulteriori analisi sono invece necessarie per valutare l’effetto sulll’overall survival. Gli effetti collaterali individuati più frequentemente sono stati: infezioni, ipertensione e stomatiti.

Selinexor e linfoma diffuso a grandi cellule B

Nel corso del mese di giugno, alla luce dei risultati dello studio di fase 2b SADAL, l’FDA ha deciso di approvare l’uso del Selinexor per il trattamento degli adulti affetti da linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL) che abbiano già effettuato almeno 2 precedenti linee terapeutiche.

Che cos’è il Selinexor?

Selinexor è un inibitore orale selettivo della molecola exportina 1 (EXP1), la principale proteina nucleare estrusoria per le molecole codificate da geni oncosoppressivi (di rilievo per i Linfomi Non-Hodgkin sono p53, p21 e IkBa): bloccando il traffico verso il citosol, viene favorito l’arresto del ciclo cellulare e l’induzione dell’apoptosi.

I risultati

Nello studio clinico è emerso un tasso di risposta complessivo del 30% (talvolta anche duraturo, circa il 15% dei pazienti ha mantenuto la risposta per oltre 12 mesi).
La più frequente tossicità riportata è stata quella midollare (in termini di pancitopenia) in associazione a disturbi gastrointestinali ed iponatremia.

Tra l’altro, negli Stati Uniti, sono in corso a partire da Marzo di quest’anno trials clinici per l’uso di questa molecola nel trattamento del COVID-19.

Gemtuzumab Ozogamicin e LMA nei pazienti pediatrici

Questo è un anticorpo monoclonale coniugato costituito da:

  1. Gemtuzumab: anticorpo umanizzato IgG4 che riconosce specificamente il CD33 umano (espressa dai blasti leucemici mieloidi).
  2. Ozagamicin: è una tossina batterica (N-acetil-gamma-calicheamicina) con proprietà citotossiche.

Per cui, l’azione del farmaco si esplica in una internalizzazione dello stesso nelle cellule CD33+ leucemiche con successiva citotossicità ozagamicin-mediata e morte cellulare.

Già precedentemente utilizzato per il trattamento della Leucemia Mieloide Acuta CD33+ refrattaria dell’adulto (in combinazione a chemioterapia), l’FDA nel corso del Giugno di quest’anno ha esteso la sua indicazione anche ai pazienti pediatrici affetti dalla medesima neoplasia, sulla base dei risultati emersi dallo studio AAML0531.

Melflufen e Mieloma Multiplo triplo refrattario

E’ di alcuni giorni fa la notizia che l’azienda farmaceutica Oncopeptides avrebbe inviato all’FDA un’application con l’obbiettivo di ridurre i tempi necessari per l’approvazione del Melflufen.

Che cos’è il Melflufen?

Il Melphalan-Flufenamide è un innovativo profarmaco: l’agente chemioterapico alchilante Melphalan è legato alla Flufenamide anch’essa dotata di attività citostatica e con proprietà anti-angiogenetiche.
Il binomio farmacologico è legato da un dipeptide che viene idrolizzato direttamente all’interno delle cellule neoplastiche poiché queste posseggono un’elevata espressione delle amminopeptidasi (es. amminopeptidasi N): in questo modo, l’attività citostatica sarà diretta specificamente nelle cellule tumorali.

Lo studio di fase 2 HORIZON ha mostrato come l’uso di questo farmaco, in combinazione con il desametasone, conduca ad efficaci e durevoli risposte nel tempo nei pazienti adulti affetti da Mieloma Multiplo triplo-refrattario.

Fonti | COVID-19 e tumore polmonareNivolumab e tumore esofageo (1);Nivolumab e tumore esofageo (2)Ramucirumab ed ErlotinibSelinexor e DLCBLGemtuzumab OzogamicinMelflufen