È sera, sono sul divano e guardo Facebook con il cervello un po’ spento. Mentre scorro giù scopro che una persona che seguo ha pubblicato un nuovo articolo scientifico. Sono molto contento per lui, ma questa allegria si spezza nel momento in cui vedo il contenuto dello stesso.

Il dottorando Porru, ricercatore all’Erasmus MC di Rotterdam, si è posto una semplice ma decisamente impattante domanda: quanto sono provati dal punto di vista della salute mentale gli studenti italiani?

Finalmente abbiamo una ricerca che parla di noi, dei nostri disagi e di come, per moltissimi di noi, l’università non sia facile da affrontare mentalmente.

Background

Potrei star qui a parlarvi del motivo per il quale a qualcuno sia venuto il sospetto che “forse” nelle nostre facoltà italiane ci sia un problema di salute mentale, ma non lo farò: direi che è evidente. Una recente metanalisi ha trovato una prevalenza del 33.8% per l’ansia e del 27.2% per sintomi depressivi negli studenti universitari. Basta affacciarsi nelle nostre aule, vivere nelle biblioteche dove studiamo, basta leggere la cronaca, vedere i casi di suicidi o tentati suicidi. Inoltre, in un precedente articolo abbiamo acceso uno spot sulla realtà degli studenti di medicina dove “l’incidenza della depressione è maggiore da due a cinque volte rispetto alla popolazione generale.”

Quindi, come stanno davvero gli studenti italiani?

Il metodo

Per rispondere alla domanda è stato impiegato un test validato a livello internazionale e finora utilizzato nel campo lavorativo: l’ERI model (Effort-Reward Imbalance).
Questo test permette di andare ad analizzare il rapporto tra sforzo e ricompensa: dove c’è uno sbilanciamento tra i due – come quando lo sforzo è maggiore della ricompensa – lo stress aumenta e questo comporta maggiori rischi anche sulla salute. Al rapporto tra sforzo e ricompensa sono state inoltre aggiunte delle specifiche domande sull’overcommitment (l’eccessivo impegno) impiegato dal singolo studente per raggiungere l’obiettivo.

All’ERI model è stata poi affiancata un’altra scala, la Kessler Psychological Distress Scale-10. Con questa scala è stato possibile analizzare con 10 semplici domande lo stress psicologico, utilizzabile poi come indicatore di salute mentale dello studente.

La rivoluzione di questo articolo è stata l’applicazione del citato ERI model anche in ambito studentesco, rendendo lo studio tra le prime ricerche al mondo a farlo. Dovremmo poi essere ancor più felici che questa fotografia” sulla salute mentale degli studenti sia stata fatta in Italia: siamo noi, parla di noi.

I dati

Il questionario è stato sottoposto a 4760 studenti italiani tra i 18 e i 35 anni nel corso del 2018. I risultati sono chiari e devono indurre il sistema universitario a porsi delle domande. Il 78,5% degli studenti ha vissuto episodi di stress psicologico nell’ultimo mese: di grado lieve per il 21.3%, moderato per il 21.1% e severo per il 36.1%. Tali dati suggeriscono un’alta prevalenza di disturbi legati alla salute mentale. 

Salute mentale studenti

Di particolare importanza è anche la differenza tra il sesso maschile e femminile: le donne infatti si trovano a vivere in percentuale più alta stati severi e moderati di stress psicologico rispetto agli uomini. 

Sebbene non ci sia un differente esito tra l’effetto dello sforzo\premio\impegno e il sesso di appartenenza, le donne sperimentano più frequentemente una condizione di grande sforzo e ridotta ricompensa ed è questo il motivo per cui i numeri relativi sesso femminile sono più importanti. Quindi questa differenza di genere non è genetica, ma sociale ed è qualcosa su cui la società può agire.

Tiriamo le somme

Nella ricerca e nell’analisi del Reward (della ricompensa) ben 3 domande su 5 si riferiscono al “sentirsi trattati in modo corretto” in università sia da parte dello staff che da parte dei propri colleghi. Questo mi permette di fare una domanda del tutto lecita al tipico docente incapace di prestare attenzione agli studenti, al professore che quando ti boccia, ti manda a casa in lacrime perchè oltre alla bocciatura ha anche la necessità di umiliarti, al tutor che facendo la persona severa crede di farci un favore: ritieni che un comportamento di questo tipo sia idoneo e professionale per il tuo ruolo? Non pensi che aumentando il reward invece lo studente si senta più coinvolto e possa studiare di più e meglio?


Vuoi ancora ignorare il fatto che i nostri attacchi di panico, che le nostre ansie non motivate, che la nostra vita da studente non dipenda anche da come tu ci stai trattando? Il dottorando Porru in un suo post racconta che il suo capo dipartimento ha citato il suo articolo per sollecitare i professori a prestare particolare attenzione al supporto degli studenti in questa fase pandemica molto delicata, poiché potrebbe portare anche a ritardi universitari se la salute mentale degli studenti viene compromessa. Questa è l’università che avrei voluto vivere, mi chiedo se qualcuno avrà mai il coraggio di mettersi in discussione e capire quanti danni si stanno facendo con un insegnamento basato sul terrore e che non premia l’individuo.

Fonti | ERIStudio BMC Psychology